2013-04-19 Rotonda: l’Elefante nella Valle del Mercure

Nel giardino di casa del compianto Mario Caldarelli – Maruzzo per gli amici-, nasce la storia dell’Elephas di Rotonda.
In una incantevole sera d’estate del 1979, a completamento di una gustosa cena preparata dalla moglie, sig.ra Pina, Maruzzo, mi parlò di alcuni resti di vertebrati fossili che aveva rinvenuto in un terreno, di sua proprietà, vicino alla abitazione dove stavamo trascorrendo la bella serata.
Quei reperti, che mi fece vedere, vennero, in seguito, classificati come quelli di un “Elephas Antiquus Italicus” vissuto circa duecentomila anni fa.
Il loro rinvenimento, avvenuto nella Valle del fiume Mercure, nel territorio del comune di Rotonda, può essere definito, per la quantità recuperata e per la qualità di conservazione, uno dei più importanti a livello nazionale.
Un grazie, a nome di tutti, in particolare a Maruzzo, che oggi non è più con noi, ed alla sua famiglia perchè, con la loro disponibilità e collaborazione, hanno consentito alla comunità universale di poter ammirare qualcosa di molto importante, sia dal punto di vista storico, che scientifico.
Purtroppo, il museo che avrebbe dovuto portaci a ” passeggiare nel tempo “ per capire quali fossero le condizioni climatiche e ambientali che hanno permesso all’Elephas di vivere nella nostra zona, non è ancora pronto. I reperti sono ancora in attesa del necessario restauro e della idonea sistemazione.
Un vero danno per la comunità che, a distanza di tanto tempo, non può ammirare ancora quanto la natura ci ha conservato e regalato.
Per avere idea dell’importanza del ritrovamento rotondese, spero possano essere utili alcune notizie che ho estrapolato dalla guida che il Prof. Cravero, dell’Università di Napoli, ha pubblicato nel gennaio 1983, quando ricopriva l’incarico di direttore della Sala di Storia Naturale di Rotonda.
UNO SGUARDO SULLA VALLE DEL MERCURE
La valle del fiume Mercure si trova a ridosso della catena del monte Pollino sul suo versante settentrionale, laddove Basilicata e Calabria s’incontrano. La stessa Valle del Mercure è divisa fra la provincia di Potenza (Basilicata) e quella di Cosenza (Calabria). Il fiume Mercure che l’attraversa, nasce dalla Serra di Mauro e sfocia nel mar Tirreno, nei pressi di Scalea (CS), con un nome diverso, Lao, nome che acquisisce non appena entrato in territorio calabrese; il suo percorso è di 51 Km. circa.
In questa breve Esposizione per Valle del Mercure sarà indicata solo la parte alta del bacino, quella compresa fra i Comuni di Viggianello, Rotonda, Castelluccio Inferiore, in provincia di Potenza e Laino Borgo, in provincia di Cosenza; quest’area verrà definita come “ Bacino del Mercure ”.
Geologicamente l’area del Mercure rappresenta ciò che resta di un antico bacino lacustre del quale i terreni che percorreremo costituivano i vecchi sedimenti, cioè i fanghi e le sabbie che giacevano sul fondo.
Un occhio attento può distinguere bene questi terreni da quelli dei monti e delle colline circostanti per il loro diverso colore che va dal bianco al giallo, talora con aree molto scure, dal bruno al nero, laddove contengono quantità variabili di carbon fossile (lignite).
Attualmente l’antico fondo del lago del Mercure viene solcato dall’omonimo fiume e dai suoi brevi affluenti che ne modificano la forma conferendogli un aspetto più movimentato, a dolci collinette.
PERCHE’ SI FORMO’ UN LAGO IN QUESTA ZONA
Durante la formazione della penisola italiana, circa sei milioni di anni fa, dal fondo dell’antico mare Mediterraneo si sollevavano alcuni rilievi che formavano isole e arcipelaghi disposti grosso modo in senso NW-SE; gli stessi che attualmente formano l’ossatura delle dorsali montuose del nostro Appennino.
Man mano che il sollevamento procedeva, sempre più terra veniva fuori dall’antico mare; terra che subiva l’azione della pioggia, del vento, del calore, del gelo.
Circa un milione di anni fa, la configurazione dell’Italia meridionale era praticamente simile a quella attuale ma con forme e rilievi localmente anche molto diversi.
Nella zona del Mercure, in quel tempo, scorreva un fiume verso Est, un affluente del Sinni, forse il corso superiore del Paleosinni. Accadde che il corso di questo antico fiume venisse sbarrato dal sollevamento di una nuova dorsale montuosa che si andava formando: quella di Serra di Mauro-Serra dell’Abete.
Fu così che le acque che provenivano da quell’antico corso non poterono più defluire liberamente e si raccolsero a formare un lago.
CHE ETA’ AVEVA L’ANTICO LAGO
Come detto, iniziò a formarsi circa un milione di anni fa, all’inizio dell’era quaternaria, nel pleistocene ed ha avuto vita fino all’inizio dell’ultima glaciazione, circa settantamila anni fa.
Si ha però notizia che ancora nel secolo scorso un lembo residuo dell’antico lago, una minuscola chiazza d’acqua ancora esisteva nei pressi di Laino.
PERCHE’ SI SVUOTO’ IL LAGO
Nell’antico lago le acque si raccolsero fin quando non trovarono una naturale via di scolmo; questa via, o soglia, si trovava all’altezza dell’attuale forra di Laino. Da quel momento le acque che fluivano iniziarono ad erodere la soglia poco per volta fino a provocare lo svuotamento completo del bacino con l’ovvia conseguenza di lasciare a giorno i sedimenti dell’antico fondo.
Naturalmente occorsero tempi lunghi e, pur procedendo inevitabile lo svuotamento del lago, il fenomeno per alcuni periodi subì un arresto se non addirittura temporanei rimpinguamenti del livello. Cause dovute alla dinamica interna della terra causavano tutto questo; non va dimenticato però che buona parte nell’estinzione del lago l’ha avuta l’interrimento ad opera di abbondanti sedimenti chimico-organogeni oltre al normale apporto solido degli immissari.
QUAL’ERA L’AMBIENTE DELL’AREA DEL MERCURE
Molto variabile; le vicende climatiche non sono state stabili e uguali nel corso del pleistocene. A periodi con clima freddo si sono succeduti periodi con clima caldo; come conseguenza variava la vegetazione e con essa la fauna: variava in pratica l’ambiente. Fra gli strati dei terreni che provengono dai sedimenti dell’antico lago del Mercure si rinvengono testimonianze fossili sia di ambiente caldo che di ambiente freddo, sia di ambiente secco che di ambiente umido.
PERCHE’ I RESTI DI VERTEBRATI FOSSILI 
La vita, si sa, è legata essenzialmente all’acqua: l’abbondanza di questa porta a forme viventi vivaci, rigogliose e abbondanti; la sua scarsezza porta a forme di vita rachitiche e stentate. La presenza di una grossa riserva d’acqua quale un lago richiama sempre forme di vita anche esigenti, soprattutto quelle di una certa mole le quali hanno bisogno di un notevole ricambio idrico per il loro metabolismo.
Non deve quindi sorprendere che in passato specie viventi animali di grossa mole abbiano potuto proliferare nelle nostre zone se le condizioni climatiche lo permettevano. Né, tantomeno, ci deve sorprendere che specie animali esotiche abbiano in passato popolato queste terre: non dimentichiamo che è stato soprattutto l’intervento dell’uomo a selezionare le specie viventi nelle aree di più intenso popolamento. I grandi vertebrati, dunque, amano l’acqua sia per soddisfare il loro fabbisogno idrico, sia per mantenere la loro mole considerevole: la spinta idrostatica dell’acqua permette loro di sentirsi ………più leggeri.                                                                         
Nell’affioramento alla località Calorie di Rotonda sono stati rinvenuti resti di elefante e di ippopotamo. Questo ci fa comprendere quali fossero le condizioni ambientali e climatiche all’epoca della loro esistenza. I resti che potrete osservare sono quelli dell’elefante: Elephas antiquus che è vissuto nel pleistocene medio.
Si tratta di un reperto molto interessante pechè completo ed in apparenti buone condizioni. L’esemplare che osserverete era di discrete dimensioni: basti pensare che un femore misura circa 120 cm. e che le zanne avevano uno sviluppo di circa 3 metri; in linea di massima questo simpaticone doveva essere alto circa 3 metri e misurare almeno 6 metri di lunghezza, zanne comprese. Dell’ippopotamo ( Hippopotamus maior ) sono stati rinvenuti finora solo pezzi di mandibola con denti e alcune difese; resti sufficienti a far comprendere che le due specie convivevano.
COME MORI’ L’ELEFANTE
Difficile dirlo; si può tentare di ricostruirlo attraverso alcuni indizi. Il corpo giace rannicchiato su se stesso con le zampe anteriori ripiegate sotto il ventre; la testa è capovolta e spezzata all’altezza della prima vertebra; una zanna è saltata via dal suo alloggiamento mascellare. Il corpo giace su un terreno argilloso, limoso, ma è ricoperto da sedimenti un po’ grossolani in successione appena gradata.
Significa che probabilmente questo animale ha trovato la morte scivolando su un pendio molto acclive mentre era in cerca di cibo finendo, così, nelle acque del lago e provocando con la caduta una piccola frana che l’ha ricoperto.

La sepoltura artificiale che si venne a creare e il chinismo delle acque favorirono la conservazione del reperto.
COME SI E’ POTUTO CONSERVARE LO SCHELETRO
La conservazione è potuta avvenire a causa della sostituzione in silice di parte delle ossa; trasformazione favorita dalla presenza di questo composto nelle acque lacustri, prodotto dall’attività di alghe e protozoi silicei; il fenomeno è stato favorito dal rapido seppellimento operato dai sedimenti lacustri.


QUANDO E’ VISSUTO L’ELEFANTE DEL MERCURE
In linea di massima si può dire che è vissuto nel pleistocene medio, circa duecentomila anni fa. Il suo ambiente ideale doveva essere quello di foresta come suggeriscono i grossi molari e numerose lamine atte a triturare arbusti legnosi. Le lunghe zanne oltre che per difesa, dovevano servirgli per aprirsi varchi tra la vegetazione arbustiva. Le essenze arboree che dovevano fargli corona erano costituite prevalentemente da pini e querce.
 

PERCHE’ SI E’ ESTINTO L’ELEPHAS ANTIQUUS
Perché le condizioni ambientali non gli furono più favorevoli. Non è riuscito, forse, ad adattarsi all’incipiente glaciazione e si è estinto. Forse la sua presenza in regioni così meridionali lascia presumere che l’Elephas si spingesse a latitudini sempre più basse per trovare migliori condizioni di vita.

 Spero di aver fatto cosa gradita.

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2013-04-01 – BUENOS AYRES: Il Club dei Rotondesi

Tempo fa , ho scritto sulla penosa storia che riguarda il club dei rotondesi in Argentina. Una storia che ci racconta quanto, a volte, l’animo umano sia tanto cattivo e votato all’interesse personale.

Dopo aver pubblicato una riflessione della sig.ra La Gamma Marisa, di Rotonda, pubblico, oggi, la lettera che giunge dall’Argentina, a firma della prof.ssa Sassone, ringraziandola  per la fiducia che ancora dimostra in tanti di noi rotondesi.

Una lettera dove ognuno di noi può leggere l’amarezza e la delusione per come siano stati annullati quei valori che la nostra comunità, in Buenos Ayres, mostrava e di cui andava fiera.

Riporto qui appresso la lettera della professoressa Sassone:

“”Vorrei esprimere anch’io molto succintamente il mio parere in riguardo alla situazione dell’associazione dei Rotondesi in Argentina, non ho molto d’aggiungere a quanto ha illustrato la sig.ra Marisa La Gamma, lei ha vissuto sulla pelle e ha visto di persona cosa succedeva nell’istituzione, in questo senso potrei descrivere altri suprusi che hanno ricevuto i miei genitori, soci fondatori, grandi lavoratori che come tanti altri rotondesi hanno collaborato sia alla creazione sia alla costruzione del club, perché il sig. Di Giano non avrebbe potuto far molto se non avesse avuto la collaborazione di tanti rotondesi e non, i quali  sia con denaro, sia con il proprio lavoro o donazioni di diverso tipo  hanno contribuito a far grande quest’istituzione.

Dicevo che non vorrei ritornare su vecchi argomenti che servono soltanto a ravvivare antichi rancori, sono grazie a Dio una persona positiva, che ha dato sicuramente molto meno a questo club (all’epoca della sua nascita avevo i miei figli molto piccoli) di quanto hanno fatto altri che, per diversi motivi o anche per scelte personali hanno deciso di dare di più. Ho dato quello che potevo e cioè parte del mio tempo e come tante donne ho aiutato in diversi modi, ma non per questo meritavo di essere stata esclusa.

Perché questo è il fondo della questione “gli eletti” sono solo quelli benedetti dal sig. Di Giano che come un dio onnipresente comanda su tutti e tutto a piacimento, tutti gli altri, specialmente coloro che la pensano diverso, siamo figli di un “dio minore” e quindi destinati a subire.

Se si pensa che quest’istituzione, nata nel 1984, ha avuto finora solo un unico presidente il sig. Di Giano, tutti gli altri argomenti cadono da soli, non bisognerebbe aggiungerne altri. Questo è stato il motivo per cui non potendo farlo ragionare in nessun modo, avendo tentato con le buone e con le cattive si è passati a una via senza ritorno e cioè a quella giudiziaria. Prima di arrivare a questo punto si è tentato di tutto, ma non c’è stato verso ed è chiaro che da parte sua non c’è stata mai la volontà di ragionare, di sedersi a dialogare, di cercare una via di mezzo. Perché il sig. Di Giano non solo vuole fare il presidente a vita, vuole anche eleggere chi forma parte della commissione (“gli eletti”) con diritto a voto, tutti gli altri esclusi, rotondesi, figli di rotondesi e via dicendo.

Molte volte ho sentito dire: “voi non dovevate essere andati via, dovevate restare e fargli fronte dall’interno del club”. Ma come si fa a convivere con una persona cociutissima, che non ragiona, che si sente padre padrone del suo feudo? O mangi questa minestra o ti butti dalla finestra, dice un proverbio e quindi abbiamo preferito quest’ultimo.

Le botte che abbiamo ricevuto sono state tante, la più dolente sicuramente è quella che ci ha procurato il Comune  di Rotonda, con la sua inerzia, con la mancanza di sensibilità, avevamo solo chiesto di mediare, qui, all’interno del nostro club e per via di elezioni trasparenti, sarebbe bastato un solo rappresentante di Rotonda, con eventualmente altri rappresentanti della Federazione Lucana di Buenos Aires, che assicurassero un’elezione pulita,  con la presenza di tutti i rotondesi, quelli di origine e i loro discendenti perché tutti abbiamo il diritto di eleggere i nostri rappresentanti.

La situazione non si risolverà purtroppo con la sentenza del giudice, perché i rapporti si sono distrutti, dilaniati dalla voracità di una persona e di pochi “eletti”, l’essenza, lo spirito con cui è nato questo club va morendo insieme ai vecchi rotondesi che pian piano ci lasciano. Se non si coltivano i rapporti, l’amore per le proprie radici e tradizioni cosa ci resta? Non serve a niente costruire  strutture grandiose, piscine olimpioniche. Chi le frequenterà? Non sono le istituzioni a fare le persone ma le persone (e i loro valori) a fare sì che un’istituzione sia veramente grande.

Con affetto. Nuccia Sassone ”"

 

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AUGURI A TUTTI

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2013-02-23 Rotonda: La Gestione dell’Acqua

  Sulla gestione dell’acqua a Rotonda sono state dette e scritte tante cose, ma la questione non è stata ancora risolta.
  Come gruppo politico e civico abbiamo scritto alle istituzioni competenti, sollecitando una risposta ai quesiti ed alle esigenze della comunità, ma non abbiamo avuto alcuna risposta.
  Neanche le due sentenze che, nel merito, ha emesso il Tribunale Superiore delle acque hanno portato un po’ di chiarezza nel contenzioso tra il Comune, Ato ed Acquedotto Lucano.
  La gestione del servizio, nel nostro piccolo comune, continua ad essere anomala, poco efficiente e con possibile rischio per la salute e per l’ambiente.

  Facciamo un pò di storia su come sono andate, effettivamente, le cose:

  Nel 1994, il legislatore nazionale, ha approvato la legge n. 36, chiamata con il nome del parlamentare proponente – legge Galli -, con la quale ha riorganizzato i servizi pubblici di captazione, adduzione e distribuzione di acqua ad uso civile, nonché di fognatura e depurazione delle acque reflue in un unico complesso definito: Servizio Idrico Integrato.  Con la stessa legge, inoltre, ha istituito le Autorità d’Ambito Territoriali Ottimali (AATO) al fine di individuare un contesto territoriale all’interno del quale procedere all’organizzazione, all’affidamento ed al controllo dello stesso Servizio. 

  Nel 1996, il legislatore regionale lucano, ha approvato la legge n. 63, chiamata con il nome dell’Assessore proponente – legge Pandolfi -, con la quale, in applicazione dei criteri indicati dalla legge Galli, ha stabilito che:

- il territorio della Regione Basilicata è delimitato in un unico ambito territoriale ottimale, definito ATO Basilicata. 

- i confini dell’ATO Basilicata e gli Enti Locali in esso ricadenti sono quelli definiti dai confini regionali. 

- il servizio idrico, nell’ATO Basilicata, è affidato ad un unico soggetto gestore che dovrà provvedere ad erogare il servizio alla comunità. 

- i comuni lucani affidano all’ATO Basilicata le proprie reti, rimanendone proprietari, a fronte di un canone di concessione. 

- la tariffa del servizio è unica per tutto l’ambito e costituisce il corrispettivo del servizio idrico integrato. 

- i Comuni non possono più gestire il servizio in forma singola, ma devono stipulare apposita convenzione  per svolgere, in forma associata, le funzioni di organizzazione del servizio idrico integrato. La convenzione è atto obbligatorio dei comuni che viene stipulata  dal Presidente della Giunta Regionale in sostituzione degli enti inadempienti, previa diffida.

  In questa nuova organizzazione, sono diversi gli enti che vengono coinvolti nelle politiche di tutela delle acque, nonché di regolamentazione, programmazione, gestione e controllo del servizio idrico integrato: 

1) L’attività di regolamentazione viene svolta dalla Regione Basilicata in accordo con i Comuni, le Province e l’autorità di bacino che, in riferimento alle linee guida nazionali, definisce gli indirizzi generali ed il quadro di riferimento per tutte le attività di gestione del servizio idrico. 

2) L’attività di programmazione viene svolta dall’ATO Basilicata, il quale stabilisce la tariffa, gli investimenti sulle infrastrutture ed il piano d’ambito con cui definisce gli standard di qualità del servizio, le penali e le sanzioni in caso di mancata osservanza di quanto stabilito per il funzionamento del servizio.   

3) La gestione del servizio viene svolta dalla Società a capitale pubblico comunale Acquedotto Lucano, individuato quale unico gestore regionale, che ha la responsabilità di eseguire gli investimenti sulle reti e sugli impianti che sono stati dati in uso dai comuni. 

4) La funzione di controllo delle acque e di monitoraggio ambientale viene svolta da soggetti come le Asl e l’Arpab ( Agenzia Regionale per la Prevenzione e l’Ambiente in Basilicata ).

  Nel prossimo articolo parleremo degli incontri e degli atti che le varie amministrazioni hanno avuto ed hanno prodotto per la nuova gestione del servizio. 

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2013-02-17 – Buenos Ayres: Il Club dei Rotondesi

  Comunque si stia vivendo, anche da noi, un momento di seria difficoltà, ritengo doveroso parlare del problema che stanno affrontando i nostri compaesani in Argentina relativamente alla loro Associazione. L’iniziativa, così altamente sociale, a quanto pare, se non è fallita, sta per fallire miseramente.
  E’ penoso parlarne perchè al suo possibile fallimento ha contribuito, fortemente, chi doveva intervenire e non lo ha fatto. Una storia squallida da cui escono sconfitti tutti quei primi attori che hanno dimenticato il valore sociale dell’iniziativa a cui, con entusiasmo e speranza, ha partecipato tanta gente e per la quale, proprio per la sua alta finalità pubblica, il comune di Rotonda è stato uno dei principali protagonisti.
  Io voglio sperare che il temuto fallimento non sia l’epilogo di questa storia. Mi auguro che prevalga il buonsenso di tutti per far sì che i nostri compaesani d’Argentina si ricompattino e ritornino ad essere quella sola comunità dal legame indissolubile con Rotonda e la Basilicata. Diversamente, alla delusione si dovrà prendere atto che tutto è stato inutile, che l’interesse privato ha prevalso ancora una volta sul bene comune, buttando al vento tanto danaro pubblico e tanti sacrifici, non solo economici, ma anche fisici di numerosi cittadini.
  A dimostrazione di quanto poco piacevole sia questa storia, vi riporto un articolo pubblicato dall’Eco di Basilicata nel 2008 e scritto dalla sig. ra La Gamma Marisa, presente a più incontri tra le nostre istituzioni e la comunità rotondese d’argentina. Da parte mia i complimenti alla sig.ra Marisa per il coraggio che ha avuto nello scrivere, con verità, la storia di una iniziativa straordinaria che rischia di finire nello squallore più totale.

 Articolo Dall’Eco di Basilicata del 2008-05-15

IL CASO”Club Rotondesi in Argentina”
“Nel Club ci sono regole peggio di quelle di Ceauciescu”

Egregio Direttore, mi avvalgo del suo giornale per approfondire un tema che sta a cuore a me personalmente ma, penso, anche a molti altri Rotondesi. Mi riferisco alla questione che riguarda il Club dei Rotondesi in Argentina, un argomento già trattato dal suo giornale, e a tutte le tensioni e le lacerazioni che ne sono scaturite. Mi permetto di mettere per iscritto qualche riga perché sono stata delegata a rappresentare, qui a Rotonda, quella parte dei Rotondesi che non riconosco, l’attuale gestione del sodalizio esordendo con una affermazione paesana: “nun ci pozzo penzà” …e come dicevano i detti antichi: ”pi canosci na pirsuna ti c’hai mangià sette chili i Sali”. Ritengo questo detto validissimo perché propone una morale sempre attuale. Con questa premessa i lettori potranno chiedersi dove ho intenzione di andare a parare. Presto detto. Elezioni comunali 2004. Uno dei punti di programma del candidato a sindaco Giovanni Pandolfi era “soluzione problema del Club dei Rotondesi in Argentina”. All’epoca pensavo di potermi fidare di quanto era stato promesso in campagna elettorale anche perché, qualche mese dopo, alcuni rappresentanti dell’amministrazione comunale, con in testa l’eletto sindaco Pandolfi, benché non in forma ufficiale, organizzarono un viaggio proprio per l’Argentina. Ci avevo creduto in quel viaggio, eccome! Si pensi che il Club dei Rotondesi lo aveva voluto proprio il sindaco Pandolfi quando, nel lontano 1982, in una delle sue tante legislature, aveva fatto approvare dal Consiglio comunale un provvedimento che stabiliva la donazione di 5° milioni di lire destinati all’acquisto di un suolo sul quale edificare un Club destinato ai Rotondesi in Argentina (tenete presente che i 50 milioni all’epoca, in Argentina avevano un valore di acquisto pari a 200 milioni). Ma la comunità rotondese non si è limitata solo a questa donazione,perché anche negli anni successivi singoli cittadini, hanno dato il loro contributo volontario a favore della nascita del Club. Io stessa ricordo di aver partecipato a lotterie i cui fondi erano destinati proprio a tale scopo. Pensavo effettivamente che il sindaco Pandolfi con il suo viaggio in Argentina volesse riconciliare i rotondesi residenti in quella terra per superare gli screzi sorti a causa della questione Club, incontrandoli tutti, senza distinzione. Ma non è stato così. Per questo dico “nun ci pozzo penzà”, perché pensavo di potermi fidare del primo cittadino, ed invece, non è stato così. Il problema “Club”c’era : l’Associazione era nata, come ho detto in premessa , ma le somme donate dalla comunità rotondese non riuscivano a coprire tutte le spese per la realizzazione del progetto. Fu necessario organizzare diverse iniziative per recuperare nuove risorse. Un ruolo importante in questo l’hanno avuto in Argentina le donne: organizzavano feste per moltissime persone, preparavano “rascateddri”, apparecchiavano, servivano a tavola . Tutto questo lavoro nell’esigenza di raccogliere in parte i fondi necessari. A queste si sono aggiunte le offerte di numerose persone che , non potendo elargire Somme di denaro, hanno offerto gratis il loro lavoro: muratori, piastrellisti, idraulici. C’era persino chi si occupava di innaffiare il prato e le piante, vi era un fervore ed un’armonia che davvero univa tutti i rotondesi di Argentina accomunati da un unico scopo: quello di avere al più presto un luogo bello dove potersi incontrare. Pensate, in Argentina il numero dei cittadini è altissimo tanto da sfiorare le unità attualmente residenti nel nostro comune. Questo Club, per i Rotondesi , doveva essere la loro piccola Rotonda, il posto che consentiva alle famiglie distanti centinaia di chilometri di incontrarsi, per mantenere vivi gli usi e le tradizioni (celebravano persino la festa di S. Antonio). Ed ancora, tante persone hanno donato cifre ingenti per il Club. Ma la gestione di tutto questo ben di Dio ha lasciato molto a desiderare.

 Sia pure per sommi capi,vi ho descritto la nascita di questo Club. Tuttavia, quando l’iniziativa ha assunto una propria rilevanza economica son nate le prime “ incomprensioni ”. Il Presidente Di Giano (che ha rivestito questo ruolo sin dall’inizio e continua a rivestirlo ancora oggi , per propria volontà e non della nazione) chiude il suo negozio  (ricambi di auto) e si trasferisce con la sua intera famiglia nel Club . Lo statuto originario del Club viene stracciato e modificato, ne viene stilato un altro e poi un altro ancora, fino ad arrivare a quello attuale vigente che al suo interno dispone “ regole”talmente antidemocratiche che nemmeno Ceaucescu in persona avrebbe potuto imporre. Arriva il giorno tanto atteso, si parte per l’Argentina. Siamo in undici. I viaggi in compagnia sono più piacevoli perche c’è più armonia. Partiamo con un pulmino alla volta di Roma, poi in aereo a Milano e da qui a Buenos Aires .Lì ad attenderci oltre a pochi rotondesi c’è solo la famiglia di Domenico Di Giano, il presidente del Club. Già prima della partenza  da Rotonda sapevo che gli altri Rotondesi non si sarebbero presentati al nostro arrivo perché, pur avendo certamente desiderato incontrarci salutarci, dati i contrasti con i dirigenti dell’Associazione, avevano preferito non creare problemi. Stanchi morti andiamo al Club. Cosa trovo? Un gruppetto di bambini (non di origine rotondese) a cui avevano messo in mano una bandierina italiana accompagnati dalle note stonate di una banda musicale non certo di grande livello. Ma soprassediamo .Nel salone abbiamo consumato una colazione. C’erano tre tavoli. Uno occupato dal sindaco e dalla famiglia Di Giano, il secondo dalla Banda, il terzo da me e dai miei parenti che,nel frattempo erano venuti a prendermi: che desolazione! Dov’erano i tanti rotondesi? Non erano venuti anche perché gli stessi che contrastavano la dirigenza non potevano mettere piede nel Club ormai da anni,perché cacciati via in malo modo. Sentite questo episodio: un ragazzo colpito dalla poliomielite ad un arto inferiore, oggi purtroppo, non più tra noi, era stato allontanato dicendo:”vai via brutto storpio”. Lo sfortunato storpio in questione si chiamava Ruggirello. Era il nipote di Rita, Rosetta, Giannina, Mario e Giuseppe Propato. La mamma, Franca Propato, artefice in passato di tante iniziative nel Club era stata allontanata anch’essa. Per lei era un grande dolore questo stato di cose. E come lei, molti sono deceduti con il dolore e la tristezza dovuta all’aver perso ormai questo pezzetto di Rotonda che avevano contribuito a costruire con amore,sacrifici e dedizione. Al proposito il nostro sindaco pone sempre lo stesso interrogativo: Perché se ne sono andati? Perché hanno lasciato il Club? Semplice sindaco mi meraviglio di lei che è un volpino. Esiste una dignità che va ben oltre il frequentare o meno il Club. Negli anni sono state tali e tante le situazioni spiacevoli, le umiliazioni che per menzionarle tutte avrei bisogno dell’intero giornale. C’è persino chi è stato tacciato di essere ladro. Insomma il solo onesto, l’unico irreprensibile, il salvatore della patria è solo ed esclusivamente il signor  Domenico Di Giano mentre tutti gli altri sono i “cattivi” di turno. Caro signor presidente Di Giano le vorrei dire che fare il Presidente non significa far solo quadrare i conti (benché lei non ha fatto neanche questo) o gestire con fare dittatoriale,imponendo regole a proprio esclusivo vantaggio. Dirigere un’Associazione, così come un comune, impone il rispetto degli altri,l’osservanza delle regole democratiche, la ricerca della giustizia e dell’uguaglianza quali principi a cui ispirare la propria azione. Ma sto divagando un po’… dove eravamo arrivati? Sì, siamo alla colazione al Club il giorno del nostro arrivo in Argentina. Entriamo, c’è un uomo al cancello ben piantato, vi giuro, non gli ho fatto niente di male, ma lui sembra guardarmi con occhi sinistri, un po’ da Cerbero a custodia delle anime dannate. La banda suona a stento, tutta la cerimonia appare forzata, non c’è affetto né spontaneità nei gesti e nei volti delle persone. In bella vista tonnellate di cemento armato immerse tra un verde che, un tempo, doveva essere meraviglioso. La domanda nasce spontanea: Dov’è la piscina a forma di nave? Vi assicuro con tutta la buona volontà io la piscina a forma di nave non l’ho vista. Pinuccio Di Giano esaudì la mia curiosità accompagnandomi per delle rampe di scale. Si arriva alla piscina, che delusione,quanti soldi sprecati. Quanto sarebbe stata bella una piscina tradizionale. Anche quando non vuoi fare il bagno ti siedi ai bordi, godi della sua frescura, del  suo colore, ti distendi, provi serenità, leggi un libro. Niente di tutto questo, puoi fare il bagno e dopo devi scendere. Non c’è spazio intorno. Accanto la palestra, ovviamente, dedicata ad imperitura memoria al benefattore-sindaco (ma i

soldi donati non erano della comunità? ) infine il salone: che tristezza! Una tenda appesa si regge per scommessa, in un angolo belle sedie tutte impolverate. Resta solo il ricordo di quando i locali ospitavano le feste di una comunità unita e armoniosa. Chiedo di un bagno. Siamo partiti da Rotonda con la neve. Qui ci sono trenta gradi. Ho bisogno di cambiarmi. I bagni sono allagati. Mi faccio coraggio, arrotolo la piega dei pantaloni per non bagnarmi,apro il primo. Il vaso è pieno fino all’orlo e così gli altri. E meno male che per l’occasione pulivano da più di un mese. Così come dice Totò desisto. Dopo i classici convenevoli, io e mio figlio Vincenzo, andiamo dai nostri parenti. Il sindaco, la moglie e la cognata restano ospiti di Di Giano. Forse, anche in questo caso, per essere arbitro imparziale, sarebbe stato opportuno preferire una sistemazione “super partes”, anche a rischio di qualche modesto disagio economico ( visto i prezzi). Da questo momento perdiamo le tracce del sindaco che, non più desideroso di risolvere l’annoso problema, si  trasforma in turista “ fai da te”: rapito dalle bellezze della Patagonia e dai colori del Brasile,dimenticando il vero scopo del viaggio: adoperarsi per riunificare i propri cittadini d’oltreoceano. Per poterlo contattare devo usare mille stratagemmi. Alla fine riesco ad ottenere una data per una riunione alla quale partecipino i due gruppi. Ma subito il sindaco mi pone un problema. Dove si dovrà tenere la riunione? Spontaneamente rispondo che mi sembra ovvio che si tenga al Club. Il sindaco accetta , anche se con riluttanza. E non finisce qui perché la sera convenuta il sindaco mi viene incontro e mi dice:”Avete abusato di e della mia persona per mettere piede qui dentro”. Come diciamo a Rotonda “mi cadunu i vrazzi, nun ci pozzu penzà”. Lui che lo faceva per ristabilire le cose e portare pace. Inizia la riunione. Noi (intendo il gruppo contrario all’attuale dirigenza) siamo forse una sessantina di persone. Il presidente non presente viene sostituito da Francesco Tedesco. Il nostro rappresentante è Francesco Sassone, persona colta ed educata. La tensione è alta, cerco di mitigare dicendo che sarebbe il caso di dimenticare il passato, di girare pagina e di iniziare a scrivere un nuovo libro. Ma il clima si fa sempre più caldo, gli animi si arroventano, volano sedie e tavoli . La riunione si conclude con una rissa. La missione è fallita! I contrasti restano! La situazione non cambia! Oggi la storia è quella che conoscete tutti. Da tempo abbiamo chiesto che si tenesse un consiglio comunale ottenuto non senza pressioni e ripetute sollecitazioni, solo qualche giorno fa. In quella sede io stessa insieme all’Assessore all’Emigrazione e ad alcuni consiglieri, abbiamo sostenuto la necessità di chiedere al presidente Di Giano di procedere alla modifica dello statuto del Club, Non è giusto e neppure democratico che possano far parte del consiglio direttivo solo i soci effettivi, i quali, in numero di trenta, non sono eletti tra tutti i soci ordinari ma “oculatamente” scelti dal Presidente e dai propri “compari”. E’modo questo poco democratico di gestire un’associazione. Noi vogliamo che il Club torni ad essere di tutti i rotondesi. Oggi il Club si prepara ad ospitare addirittura cerimonie nuziali e banchetti (grazie ad un contributo di 70 mila euro del sig. Antonio Fornillo per la costruzione di un nuovo salone) non più un lembo della nostra terra in Argentina destinato ad ospitare tutti i suoi figli ma una autentica macchina da soldi, un affare garantito ai pochi “eletti” (si fa per dire ) figli “prediletti”. Noi tutti, invece, “figli di un Dio minore”.                                                

                                                                                                               Marisa La Gamma

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2013-02-02 – Rotonda: la Piazza

Punto di ritrovo della intera comunità, è il salotto dei rotondesi e dei turisti che la frequentano. Sempre bella, popolare ed a tratti aristocratica, mostra la sua tristezza perché  volevano cambiarle il nome che porta e che sente suo.

Una iniziativa che tutta Rotonda non ha condiviso. Nel merito, il gruppo politico cui appartengo ha scritto due lettere che pubblico e con le quali siamo convinti di aver contribuito alla revoca della delibera comunale con la quale l’amministrazione aveva deciso la cancellazione dell’attuale nome.

Siamo rotondesi attenti non solo a conservarne la sua storia, ma anche convinti che è necessario ridarle quel suo ruolo identificativo della vita rotondese che oggi, purtroppo, non le viene più riconosciuto da chi ci governa.

Rotonda, li 7 gennaio 2013

Ai Cittadini
Al Sindaco
Al Parroco
Al Consigliere Provinciale
Ai Capigruppo Consiliari di Maggioranza e di Opposizione
Alle Associazioni Presenti sul territorio
Ai Partiti Politici
ROTONDA

E, p.c. A S.E. Il Prefetto POTENZA
A S.E. Il Vescovo TURSI

L’Amministrazione Comunale ha stabilito di cambiare il nome alla Piazza Vittorio Emanuele III per dedicarla al nostro compianto don Antonio Golia. Una decisione che la maggioranza dei cittadini non ha accettato nella sostanza e nel metodo.
Il Sindaco giustifica l’operato della Giunta dichiarando che la decisione di cambiare nome alla piazza è la conseguenza delle richieste fatte dai cittadini, dalla Chiesa rotondese e da una associazione locale.
Dichiarazioni non veritiere che fortificano il dubbio sulla strumentalità della iniziativa, perché nella realtà, le cose non stanno come dichiara il Sindaco; la maggioranza dei cittadini continua ad esprimere un fermo dissenso sulla decisione del comune, mentre la Chiesa ha comunicato ufficialmente il suo pensiero ed ha indicato anche un luogo da dedicare alla figura del sacerdote scomparso. Non conosciamo il contenuto della proposta dell’associazione locale per cui evitiamo qualsiasi commento.
Fatta questa premessa, è bene chiarire che i Rotondesi non sono contrari perché una nuova via o una nuova piazza venga dedicata al nostro compianto don Antonio; la comunità esprime il suo dissenso perché non vuole che venga cancellata parte della sua storia locale, cambiando il nome della piazza principale del paese; evenienza possibile solo se demandata alla decisione diretta della comunità.
Chi ricorda il referendum sulla festa di S. Antonio, si rende conto che a questa vicenda viene data la stessa rilevanza, per cui anche se la Giunta ha il potere di decidere su questo tipo di argomento, sarebbe giusto che ancora una volta fossero i cittadini ad esprimersi. Così facendo, si certificherebbe la buona volontà amministrativa, evitando, soprattutto, che il nome di una persona che non c’è più e che per tanti di noi è stata molto importante, resti in pasto alla polemica paesana.
Aleggia sulla comunità il dubbio legittimo che in questa vicenda, il povero re ed il compianto don Antonio c’entrino poco o niente. Chi ha conosciuto don Antonio e gli è stato vicino, sa che non avrebbe mai condiviso né la proposta, se c’è stata, né tantomeno la decisione. Da persona schiva, semplice e di alta cultura, non avrebbe accettato questa sovrastima del suo operato e magari avrebbe anche suggerito di tenere in considerazione tante personalità rotondesi che hanno dato lustro al nostro paese e si sono impegnate nel sociale, nella medicina, nell’arte e via di seguito.
Troverebbe quantomeno inconsueta questa improvvisa e rinnovata esaltazione nei suoi confronti, anche perché gli si vuole intitolare la piazza , luogo notoriamente poco frequentato ed amato dal compianto parroco. “ La storia non si cancella “, amava ripetere testualmente, proprio don Antonio. Perché, dunque, violentare un suo principio, disconoscendone la sua intrinseca valenza?
Certamente, se potesse, chiederebbe perché alla sua persona è stata riservata tanta attenzione e tale riconoscimento, quando lui stesso affermava che la sua opera pastorale non era altro che la continuità di un percorso spirituale già intrapreso dai suoi predecessori, tenuti in scarsa considerazione come don Saverio Laurita o dimenticati come Mons. Don Giulio Forte, cappellano del Papa Pio IX, don Antonio Lauria, morto in odore di santità e non per ultimi, don Giuseppe Maria Tedeschi e don Raffele Albano, preti rotondesi che, tra l’altro, hanno donato o venduto parte del loro patrimonio per opere sociali e per il recupero delle nostre chiese.
Più si parla di questa iniziativa, più sembra che si celi al suo interno un tentativo di autocelebrazione per dimostrare ai cittadini chi comanda: oggi scopriamo che Vittorio Emanuele III non è stato un buon re e va cancellato; oggi scopriamo che don Antonio è stato un grande e va “epitaffiato” in piazza al posto del cattivo re.
Noi che scriviamo e che come tanti altri abbiamo stimato, voluto bene, collaborato ed aiutato don Antonio, specialmente nei momenti difficili, non intendiamo fare polemica su questa vicenda. Vogliamo dare solo il nostro contributo di affetto perché al compianto sacerdote venga dato il giusto riconoscimento ed evitare che il suo nome possa essere strumentalizzato per una decisione che, al momento, pone una serie di dubbi nonché interrogativi.
Cosa dire di più! Speriamo che gli amministratori si ravvedano e diano la parola ai cittadini. Le istituzioni, gli organismi ed in particolar modo i cittadini a cui scriviamo, facciano qualcosa perché si arrivi ad una più approfondita riflessione su questa iniziativa che tanti, come noi, ritengono inopportuna ed un pericoloso precedente per la storia del nostro paese: il rischio è che la toponomastica e non solo, possa diventare un ambito privilegiato dei gusti, delle tendenze e degli opportunismi dei futuri amministratori.

La Presidenza del Circolo Cittadino

Rotonda

 

MOVIMENTO CIVICO

                            

                                                                                                           Rotonda, li 19 gennaio 2013

                                                                           

                                                                       Ai Cittadini di ROTONDA

 Per alcune precisazioni, facciamo seguito alla nostra comunicazione sulla questione “Piazza Vittorio Emanuele III”.

   Innanzitutto, chiediamo scusa alla Associazione “I Ritunnari” per averla citata impropriamente in merito alla raccolta delle firme alla quale non è interessata e non partecipa; raccolta che sta avvenendo per iniziativa di singoli cittadini.

   Chiarito questo aspetto di cui ci dispiace, per il resto:

Abbiamo ritenuto di scrivere ai Cittadini, alle Autorità civili e religiose perché sia data al cosiddetto “popolo sovrano” la facoltà di decidere su una iniziativa con cui si vuole cancellare parte della storia del paese ( condivisibile o meno ) e sovraesporre, senza una vera motivazione, il nome di una persona cara a tutti.

   Eravamo certi di dire cose buone e giuste ( è il caso di ricordarlo ), tanto che i proponenti l’iniziativa, sia singolarmente che come associazione “ Prima persona ”, si sono resi conto “ e lo dicono” che chiederanno quanto noi abbiamo già suggerito e sollecitato: un incontro pubblico dove i cittadini possono esprimere il loro pensiero. Ciò che guasta è il presupposto all’incontro a cui si arriverà pur di raggiungere l’obiettivo di intitolare la piazza al povero don Antonio, quasi che fosse stato un suo testamento.

   Permetteteci uno sfogo. Chissà cosa penserebbe ognuno dei proponenti se gli si dedicasse una via o una piazza che, in vita, non avrebbe frequentato per non averla amata? Esaltazione propria o sorta di castigo nei confronti di colui a cui si vuole affibbiare, per forza, un luogo che non ha mai apprezzato?

   Eppure la Chiesa, la più autorevole ad esprimersi su un sacerdote, ha pubblicamente dato un suo suggerimento. Allora, perché questo accanirsi a non considerare anche un parere opportuno che gratifica la figura dell’uomo e del prete, cosa che tutti vogliamo?

   Non abbiamo scritto per dividere la gente su una iniziativa che, alla luce del sole, non condividiamo e che, a quanto pare, la comunità ha bollato chiaramente. Su questo tema, ci poniamo spesso la domanda che vi giriamo: è possibile che la volontà di dividere il paese non venga proprio da chi propone certe iniziative che coinvolgono, volenti o nolenti, il pensiero dei cittadini che vengono lasciati fuori da ogni possibile decisione?

   Siamo dell’idea come il resto del paese che don Antonio debba avere il giusto ricordo; se potesse, e lo abbiamo già scritto, ci direbbe di tenere in pari conto anche gli altri preti e le personalità locali che hanno dato, anche loro, tanto al nostro paese. Non è un caso che tutta la comunità, pur dimostrandosi non d’accordo sull’iniziativa “Piazza”, vuole che gli si intitoli una nuova via o un nuovo spazio.

   Per chi scrive il non vero, è necessario chiarire che le Amministrazioni Comunali, dal 1970 al 2004 ( sindaci Pandolfi, Di Sanzo e Tarantino ), non hanno mai modificato la toponomastica esistente del paese; hanno provveduto ad intitolare solo spazi e strade che non avevano ancora alcun nome ed al contrario di oggi rispettarono la trasparenza ed i cittadini interessando l’organo consiliare loro legale rappresentante.

   Tutto qua, il resto è mercanzia di poco valore che la gente, in momenti particolari come questi, ha preso in considerazione solo perché si tratta della piazza principale del paese e di don Antonio.

   Diciamoci la verità, quali che sia la motivazione che ha spinto e che spinge a pretendere il cambio di nome di piazza Vittorio Emanuele, un organo minoritario di una maggioranza nella quale non è rappresentata l’altra metà del paese non può decidere di fare e disfare in circostanze come questa.

   Non vi sfiora il dubbio che i prossimi amministratori, con lo stesso presupposto di oggi, possono, anche a breve, dare un altro nome alla piazza, ripristinando una ridicola consuetudine degli anni ’60, quando, ad ogni elezione amministrativa, i vincitori sostituivano le mattonelle e le panchine della piazza?

   Noi facciamo politica e siamo sicuri di fare cosa importante per Rotonda. Non ci nascondiamo dietro l’ipocrisia e non generalizziamo. Ricordate Benigni quando parlò della Costituzione? Disse esattamente così: “è un grave errore l’indifferenza alla politica, invece io vi dico di amare più che rispettare la politica. La politica è la cosa più alta per organizzare la pace, la serenità ed il lavoro. Non avere interesse per la politica è come dire di non aver interesse per la vita”. Secondo noi ha ragione perché non è corretto giustificare sulla politica la nostra assenza e la nostra finta indifferenza.

   Fateci un pensiero: secondo voi, a quale politica fa riferimento la richiesta di intitolare nuovamente la piazza?

    Siamo rotondesi ed amiamo il nostro paese.

                                                                                            La presidenza del Movimento Civico

 

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